“20 anni fa abbiamo disegnato Muse per rischiare e incantare”: Fabio Crovi racconta la rivista indie

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Vent’anni fa, quando Fabio Crovi decise di fondare Muse Magazine, la scena indie italiana era uno spazio vuoto. Lui si ispirò a quella britannica e americana ma, racconta nel suo studio milanese, «tutti mi guardavano come un alieno, con diffidenza». L’ufficio è un compendio della moda contemporanea: alle pareti e appoggiati sulla grande scrivania ci sono opere d’arte, foto, copertine di Muse firmate da Jeff Koons, Juergen Teller, Maurizio Cattelan. E poi ritratti di Gisele Bündchen, Malgosia Bela, Natasha Poly, Stella Tennant…

Architetto di formazione, all’inizio degli anni 2000 Crovi decide di seguire un cammino a metà tra imprenditoria, arte e moda. Ha in mente esempi come i-D di Terry Jones, ma anche come la storica Evergreen, coltissima zine americana fondata negli anni Cinquanta da Barney Rosset. Vuole portare anche in Italia un giornale di alto livello dove mescolare talenti affermati ed emergenti, lanciare volti nuovi, esaltare il lavoro dei grandi fotografi di moda concedendo loro spazi e libertà impensabili per le riviste mainstream. Studia, parla con art director ed editori indipendenti: «Terry Jones fu uno dei primi che incontrai. Mi disse che il grande vantaggio delle riviste indie è il tempo. Tempo per prendersi dei rischi, per sperimentare. Se i mensili come Vogue hanno 25 giorni per confezionare un numero, io decisi di concedermi sei mesi».

Fabio Crovi, fondatore e direttore di Muse, magazine che quest’anno festeggia il ventesimo anniversario. Foto di Paolo Di Lucente 

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Da quel momento sono passati due decenni e Crovi, che è pronto a lanciare l’edizione speciale del ventesimo anniversario di Muse (il numero 65, in vendita dal 24 febbraio), racconta come è riuscito a piantare e far crescere il seme dell’editoria indipendente in Italia. «Volevo fare qualcosa di unico, mai visto prima. Ho cominciato dalla grafica, dal mio background di architettura, dalla lezione di Achille Castiglioni e Marco Zanuso, per esprimere un’estetica italiana. Poi mi sono trasferito in America per lavorare con i fotografi del momento, le modelle e gli artisti». È a New York che Muse trova la sua voce – «moderna, sofisticata e contemporanea» – e aggancia la moda all’arte. Oggi tutte le grandi maison finanziano mostre e si alleano con performers, scultori, poeti. All’epoca i due mondi erano contigui, ma separati. Crovi comincia ad arruolare talenti di tutte le discipline e a seguirli nelle loro visioni più audaci, adeguandosi ai ritmi imprevedibili della creazione artistica. È pensando così, fuori dagli schemi, che nascono i numeri. Alcuni sono memorabili. Per esempio, il 31, dell’autunno 2012, quando Marina Abramovi?, fotografata da Guy Aroch, si trasforma in un’astronauta e vola nello spazio, ricostruito in una scuola di circo a New York. O il 60, dell’autunno del 2022, frutto di lunghi giorni trascorsi con Jeff Koons sull’isola greca di Idra, quando è di nuovo il tempo lento – quello che ci vuole per pensare, scattare, inventare progetti – a convincere l’artista americano a posare per un reportage inusuale firmato dallo stesso Crovi, a creare un’opera solo per Muse e a disegnare la testata del magazine trasformando la M in uno dei suoi celebri “balloon”.

È sempre non ponendosi limiti che si trasforma una super modella come Natasha Poly nell’unica protagonista del numero 19 dell’autunno 2009, intitolato Natasha Obsessed, mentre il designer Riccardo Tisci e lo stylist Panos Yiapanis scattano una copertina e ne fanno una T-shirt in edizione limitata. «Quando la lanciammo da Colette, a Parigi, andò esaurita in poche ore, insieme al giornale. Natasha firmava le copie della rivista. Si sparse la voce e davanti al negozio la folla finì per bloccare il traffico. Presi una multa di 500 euro», racconta Crovi, sorridendo.

«Abbiamo tre tipi di lettori: trentenni che seguono la moda, professionisti del settore e poi persone appassionate al nostro mondo, che per loro rappresenta un’aspirazione. Noi li portiamo a Londra, a New York, a conoscere l’artista Urs Fischer e la super modella Cindy Crawford». La rivista è distribuita in edicole e librerie selezionate e negli aeroporti, in Europa, America, Cina e Giappone. Costa 23,90 dollari a New York, 19 euro in Italia. C’è anche un mercato second hand in cui i collezionisti si scambiano numeri e cover: «Una copertina firmata da Julian Schnabel o Maurizio Cattelan può arrivare a tre, quattromila euro; alcune riviste degli anni scorsi a 100. Pensi che in vendita si trovano anche singole pagine».

Crovi non teme che la crisi dell’editoria e della moda – i fatturati in calo, la sfiducia dei consumatori – possa contagiare Muse. «È il vantaggio di stare in una nicchia. Noi continuiamo a funzionare, come vendite e come pubblicità. Siamo anche uno studio di art direction e i marchi ci cercano per il posizionamento, per progetti speciali e collaborazioni. Si rivolgono alle riviste indipendenti per trovare idee fresche». Dopo vent’anni alla guida si dice ancora fiducioso, ed è contento di vedere in giro altre zine indipendenti italiane, come Cap 74024 o, nel settore dell’interior, Cabana. «Più siamo, più energia circola».

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A proposito di energia, per lanciare il numero dell’anniversario – che ospiterà tra gli altri Francesco Clemente e James Franco nelle vesti di artista – sta organizzando un evento speciale. «Voglio riunire gli studenti delle scuole di moda intorno a un tavolo per ascoltarli, mettere a disposizione la mia esperienza, valutare i loro progetti». Mentre finisce di organizzare l’incontro, lavora a un nuovo magazine, il maschile di Muse, un semestrale che debutterà l’anno prossimo. E poi coltiva un sogno: «Creare uno spazio di conversazione e scambio tra le arti e la moda, tra editor e creativi. Lo immagino come la grande hall di un hotel. Vedremo». Lo spirito è sempre lo stesso, libero e sperimentale come 20 anni fa.

Venetia Scott

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